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Perché leggere #Tifiamo4?

#Tifiamo4

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Ieri è uscito #Tifiamo 4!

Dei 34 foto racconti ce n’è uno anche mio (clicca sull’immagine per scaricare il pdf).  Continued…

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K-100. Ricordando Camilo Cienfuegos

Pubblicato su Carmilla il 9 febbraio 2014

Porta il nome che fu di Bolívar e passeggia lento intorno alla statua. Il cielo è scuro, il mare agitato e l’acqua s’infrange violenta sugli scogli. L’esplosione schizza gocce fini come aghi sul volto del vecchio e scalfisce lo strato di sale che lo ricopre. Il grande cappello, lo stesso che indossa la statua di pietra, nulla può contro l’attacco del mare. Il vecchio alza lo sguardo e inizia a parlarmi: «era il mio onomastico il giorno che se fue ma diedero l’allarme soltanto l’indomani. Lo annunciarono per radio».

Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos

Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos

Si dà notizia attraverso questo mezzo all’opinione pubblica, che nel giorno di ieri, 28 ottobre, alle 6:01 del pomeriggio è partito dall’aeroporto di Camaguey, l’aereo bimotore delle FAR (Fuerzas Armadas Revolucionarias), modello Cessna 310 No. 53 da cinque posti, in direzione L’Avana, trasportando il Capo dello Stato Maggiore dell’Ejército Rebelde, Comandante Camilo Cienfuegos che viaggiava accompagnato dal pilota del suddetto aereo, Primo Tenente Luciano Fariñas Rodríguez e dal soldato ribelle Félix Rodríguez, i quali disgraziatamente, non sono arrivati a destinazione. Continued…

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Severino Di Giovanni (Chieti, 17 marzo 1901 – Buenos Aires, 1 febbraio 1931)

Pubblicato su Carmilla il 5 febbraio 2014.

Severino

Severino

Il 10 giugno 1924 una squadra fascista capitanata da Amerigo Dumini sequestra e uccide il segretario del Partito Socialista Unitario Giacomo Matteotti, reo di aver denunciato alla Camera i brogli elettorali e le bastonate delle milizie fasciste. Un anno dopo, dall’altra parte dell’oceano, il paese che ospita la comunità di immigrati italiani più grande del mondo si prepara a festeggiare il venticinquesimo anniversario della salita al trono di Vittorio Emanuele III. Al teatro Colón di Buenos Aires tutto è pronto per la festa, allestita dalla delegazione del Fascio. La banda si appresta a eseguire l’inno di Mameli mentre le dame e i signori borghesi scalpitano impazienti dentro i loro vestiti migliori. La marcia parte e all’improvviso dalle prime file della platea si alza un grido: “Assassini! Ladri! Viva Matteotti!”, corredato da una fitta pioggia di volantini che investe le guardie fasciste. Continued…

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La periferia del conflitto – Savona, 1974-75

Pubblicato su Carmilla il 17 gennaio 2014.

[Questo testo verrà radiofonizzato e trasmesso su Radio Città Fujico nel programma Vanloon curato da Il Caso S.]

Savona non si piegherà alla violenza nera

Savona non si piegherà alla violenza nera

Il 20 novembre la deflagrazione di un ordigno collocato nel portone del civico n. 20 di Via Giacchero – in pieno centro cittadino – provoca la morte della signora Fanny Dallari (82 anni), avvenuta il giorno seguente, e di Virgilio Gambolati (71 anni) – verificatasi tre mesi più tardi a causa delle ferite riportate. Si tratta di uno dei dodici attentati dinamitardi che colpiscono Savona tra la primavera del ’74 e quella del ’75, il picco più alto di tensione politica vissuto dalla città dal dopoguerra in avanti. L’attentato irrompe in città con tutta la sua violenza e verrebbe da scomodare De André – che l’anno prima scriveva «io con la mia bomba portò la novità, la bomba che debutta in società[1]» – se non fosse che in Italia le bombe esplodono da almeno cinque anni. Nessuna novità dunque e pochi dubbi sui colori che si celano – e vengono complicemente celati – dietro gli attentati dinamitardi. Ricordarlo è importante soprattutto in questi tempi di becero revisionismo storiografico, pensiamo alla recente fiction Gli anni spezzati ma anche al film di Marco Tullio GiordanaRomanzo di una strage o al testo Il segreto di Piazza Fontana dello storico Paolo Cucchiarelli. Continued…

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I negri di Rio de Janeiro: meticciato vs multiculturalismo

Pubblicato su Carmilla il 19 novembre 2013.

[AVVERTENZA: nel testo che segue sono stati volutamente usati i termini “negro” e “negri”, senza virgolette né corsivo. Si è tentato così di tradurre  l’ordinarietà del razzismo nostrano e brasiliano nella sua forma più semplice e spietata, senza smorzature semantiche e politically correct da cena di gala]

Meu nome è revolta

Meu nome è revolta

Per l’ennesima mattina calpesto le pietrose discese di Santa Teresa, respiro la polvere dei lavori in corso di Lapa e osservo il vuoto lasciato dall’esplosione di una bombola di gas in praça Tiradentes. Supero il trafficante di figurine e all’improvviso un negro scalzo dai pantaloncini a brandelli mi taglia la strada. Il sudore gli scorre lento sulla schiena frenato dalla polvere, i nervi in tensione dal collo al tallone ne arginano la discesa. Il negro sta trainando un carretto di legno carico di grosse sacche di plastica trasparente da cui fuoriesce un liquido incolore. Sudore e liquido si mescolano sull’asfalto ardente e si dissolvono in pochi secondi senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio, nulla possono le ombre mastodontiche dei grattacieli del quartiere Centro contro il sole cocente dei tropici.

Continued…

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Yoani Sanchez in Italia, una scusa per parlare di Cuba

Yoani Sanchez a 7 anni (1982)

Yoani Sanchez a 7 anni (1982)

Pubblicato su Carmilla il 10 maggio 2013

Ce l’ha fatta. È riuscita a uscire dal suo paese. Raul Castro ha aperto le frontiere e finalmente se n’è volata via. In meno di tre mesi è già atterrata in ben sette paesi tra Europa e America Latina: sono caduti uno dopo l’altro il Brasile, la Repubblica Ceca, la Svizzera, gli Stati Uniti, il Perù e la Spagna, ora è toccata all’Italia. Agli occhi del mondo occidentale Yoani Sanchez rappresenta indiscutibilmente l’eroina democratica di Cuba. La ragazza dalla faccia pulita ma anche sbattuta e smagrita – forse proprio a causa delle condizioni di povertà che il suo paese gli impone – lotta quotidianamente contro un regime considerato da lei e dalla maggioranza dei paesi occidentali una dittatura. La blogger in pochi anni ha conquistato l’etere grazie alla potenza di internet e a uno dei trend topic più celebrati dal mondo capitalista dominato dai mercati: se lavori, se lotti con tutte le tue forze per una giusta causa – o nel suo caso per il bene del tuo popolo –, beh.. allora puoi farti da solo, emergere dall’oblio e occupare un posto di prestigio nel ranking dei media mondiali. Lei, Yoani, la cubana dalla faccia pulita e dal dito inverosimilmente svelto, ce l’ha fatta. Continued…

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Narrazioni stereotipate sul femminicidio

Fino al 30 ottobre è possibile partecipare al concorso “Donne in opera” organizzato dalle associazioni Solal e Dora. Donne in Valle d’Aosta. Il tema di quest’anno non poteva che essere il femminicidio e il contrasto degli stereotipi di genere. Stereotipi che purtroppo emergono quotidianamente quando sulla stragrande maggioranza dei media mainstream si  parla di violenza contro le donne. Dare il giusto peso alle parole, evitando il sensazionalismo ad ogni costo, è un buon antidoto agli eccessi dell’informazione nostrana troppo spesso asservita a logiche paternaliste e machiste.

Ci ha provato Eleonora Oberto (laurea in Storia – Università di Bologna e laurea magistrale in Storia delle donne e  studi di genere – l’Universitè Lyon 2)  intervistata da Paola Borgnino a Radio Proposta in Blu.

Buon ascolto (Aosta – 23 ottobre 2013):

si-chiama-femminicidio

 

Ghost Track

L. Lipperini, M. Murgia, «L’ho uccisa perché l’amavo». Falso!Laterza 2013

F. Lorusso, Uomini che uccidono le donne, Carmillaonline, 6 dicembre 2012

Il Caso S., Documenti utili per gli studi di genere

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Urla di porco

La Habana, marzo 2013

La Habana, marzo 2013

Ci hanno accompagnato per tutta Cuba. A Viñales il porco poteva essere legato a un carretto trainato da un cavallo e trascinato con forza con una fune. A Trinidad quando non era legato sulla cassetta dietro della bicicletta lo si assicurava con corde alla motocicletta. A Gibara invece lo si sollevava per le zampe posteriori e lo si trasportava a peso. Poi si camminava con indifferenza come se al posto di un porco si avesse per mano un bambino capriccioso. Il porco si dimenava tutto contorcendosi e urlando. A Bayamo nonostante la bocca aperta le sue urla cessavano, silenziate dallo spiedo infilato nel culo e colante grasso. Poi si infieriva sul cadavere e dopo un’ora l’animale scompariva divorato dalle fauci umane. Nel centro di La Habana la sua testa giaceva muta in una pozzanghera.

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La camicia bianca di Guevara

Raccontare mille storie alternative è importante ma bisogna anche saperle raccontare bene le storie alternative. Questo è il risultato di un taglia e cuci durato troppo che è sbottato in questo testo mal partorito a fatica. Se non lo pubblico oggi non lo faccio più. Oggi se ancora fosse vivo Ernesto Che Guevara ne compierebbe 85 di anni e sono sicuro che non starebbe dietro una scrivania o davanti a un televisore. Cercherebbe la morte da qualche parte, forse in Val Susa, forse in qualche paese dell’Africa, forse in Colombia o forse nella sua Argentina.

Victoria o muerte diceva. Ha sempre perso e non è mai morto.

Quando il Che non era ancora il Che, portava sempre i capelli corti o rapati. Nessun basco nero, nessuna chioma ribelle, nessun sigaro stretto tra i denti e anche la barba faceva fatica a spuntargli. Cuba è lontana almeno quanto l’Argentina dall’Isola di Pasqua [1] e Fidel Castro è ancora un illustre sconosciuto. I suoi compagni di avventure hanno nomi meno romantici di coloro che lo accompagneranno all’immortalità: nella lista non compare nessun Camillo Cienfuegos o Raul Castro ma un Calica, due Granado e poi Barral, Aguilar e Tita.

Ernesto Guevara nella squadra di rugby dell’Estudiantes

In famiglia il giovane Ernesto si guadagna presto il soprannome di Teté. Teté prima di essere il Che è un ragazzo vivace e determinato ma la sua virulenza è intervallata da fortissime crisi d’asma. Fin dalla nascita il suo respiro è soffocato – a cadenze regolari – dall’apnea. In questi momenti è come se fosse incastrato in un vasetto di passata di pomodoro sottovuoto, l’assenza di ossigeno lo costringe infatti a passare molte ore nel letto e lo priva della libertà di movimento. Ernesto è dato per sconfitto ma intuisce che l’unico modo per uscire da quel pantano è sfruttare la forza del suo nemico diretto. Come la passata di pomodoro resiste all’ossidazione privandosi dell’ossigeno e aspettando il momento giusto per sprigionare le sue proprietà nutritive Ernesto sfrutta le frequenti apnee per conservare la sua vitalità e fecondità. E lo fa immergendosi in due delle passioni che si porterà dietro per tutta la vita: gli scacchi e la letteratura («legge, legge a tutte le ore. All’inizio Jules Verne, Alexandre Dumas, Emilio Salgari, Robert Louis Stevenson, Miguel de Cervantes[2]»).

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Perché votare?

di Alberto Prunetti

amianto

L’ultima fatica di Alberto Prunetti
(clicca sull’immagine per saperne di più)

La società che sogno non prevede mandati di rappresentanza né decisioni imposte gerarchicamente dall’alto verso il basso. Già questa sarebbe una buona ragione per non partecipare alle elezioni. Tuttavia voglio ragionare per assurdo… come si faceva un tempo per provare certi teoremi di geometria… potrei votare un partito che fosse assieme antifascista, anticapitalista e antiautoritario… un partito che una volta al governo eliminerà il precariato e istituirà il salario minimo di cittadinanza, che imporrà la patrimoniale e taglierà le spese militari per favorire scuola, università e ricerca, che fermerà gli interventi militari all’estero, aprirà i cancelli dei centri di identificazione per migranti e abolirà il divieto di circolazione alle frontiere per i lavoratori in cerca di un lavoro in arrivo dal sud del mondo… che eliminerà la tav e il lavoro nero e precario e bonificherà con i soldi tolti ai padroni i siti industriali inquinati, che aprirà a politiche antiproibizionistiche, consentirà l’eutanasia e annullerà l’ora di religione e l’otto per mille e considererà la religione cattolica una tra le tante, senza alcun concordato esclusivo… un partito del genere, potrei votarlo come male minore, rispetto all’ideale di una società antiautoritaria che si regge nella federazione di piccole comunità di quartiere o di campagna, federate e senza mandati di rappresentanza… Continued…

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